Ho ritrovato anche questo, pubblicato su Alpinismo Canavesano credo nel 2004, anche qui è nata una passione, i ghiacciai. Mi limito a quelli facili o poco difficili (F-PD per gli esperti) e mi diverto un sacco, qualche foto nel blog l' avete già vista.
Il mio primo quattromila
6 Luglio 2002, ritrovo alle 13 al CAI, partenza per Gressoney poi funivia per il passo dei Salati (2944), quindi una bella camminata fino al rifugio Gnifetti (3611) dove dormiremo.
Domattina prima dell’ alba partiremo per la punta Gnifetti e la punta Zumstein vette tra le cinque più alte d’ Europa.
Sono emozionato e anche un po’ spaventato: è il mio primo quattromila.
Il meteo prevede brutto tempo oggi ma bello domani, speriamo sia vero.
Al passo dei Salati troviamo nevischio ma, confortati dalla speranza che domani sia bello, iniziamo a salire sullo Stolemberg; c’è qualche passaggio attrezzato e le corde sono tutte bagnate, i guanti si infradiciano subito e le mani sono gelate. A punta Indren ci fermiamo per ricompattare il gruppo (siamo una ventina, domani faremo almeno 6 cordate) e prendere fiato. Nevica forte ma anche la foschia non riesce a nascondere il pessimo impatto ambientale della stazione di arrivo degli impianti di Alagna.
Ripartiti attraversiamo il piccolo ghiacciaio successivo completamente pieno di neve (che differenza con l’ anno dopo quando tornerò e troverò ghiaccio vivo, ruscelli di acqua di fusione e piccoli crepacci) e poi prendiamo il sentiero attrezzato che porta alla spalla che sovrasta il rifugio Mantova e quindi direttamente al rifugio Gnifetti. E’ un bel sentiero con scalette di legno, corde, abbastanza ripido ma non difficile, sarebbe un vero divertimento se non nevicasse e non fossimo tutti fradici.
Finalmente alla nostra sinistra su uno spuntone di terreno solido ecco la Gnifetti (3611)!
Per arrivarci percorriamo un lungo traverso su neve, subito dopo il rifugio iniziano i seracchi e la salita che porta al Col del Lys
Giunti al rifugio ci possiamo togliere la roba bagnata e cambiare; peccato, la stufa è spenta cosi non riusciremo ad asciugare nulla, comunque stendiamo tutto speranzosi, però la stufa quella sera non verrà accesa anche se, miracoli della microfibra, la roba asciugherà lo stesso.
Aspettiamo l’ ora di cena sorseggiando un bicchiere di vino, di andar fuori non se ne parla nemmeno, ha smesso di nevicare ed è tornato il sole ma tira una “bisa” che fa accapponare la pelle.
Dopo cena tutti a dormire presto, domani colazione alle 4, ramponi e partenza alle 4.30.
Siamo sistemati all’ ultimo piano, in 40 in un camerone, un po’ di sano riscaldamento marca “il bue e l’ asinello” ci farà bene.
Dalla finestra uno splendido panorama sui seracchi del ghiacciaio del Lys.
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7 Luglio 2002, 4 del Mattino.
Sveglia, per fortuna non ho patito la nottata, ci laviamo alle svelte, meno male che al mattino l’ acqua c’è, ieri era stata dura.
Colazione: the bollente, pane burro e marmellata; ci infiliamo qualche fetta di pane fresco in tasca; dividiamo la roba da portar su da quella che riprenderemo al ritorno e fuori!
Notte di stelle lontane e noncuranti.
Vento da Nord.
Freddo.
Pigra la luna naviga il silenzio sopra i ghiacciai.
(Eugenio Pesci, Solitudine sulla Est, Vivalda editore 1996 pagina 171)
Lo spettacolo è bellissimo, è ancora buio, fa un freddo cane, alla luce delle frontali ci infiliamo i ramponi (è proprio complicato, ho un vecchio modello con un sacco di cinghietti ed è la seconda volta che li uso), poi veniamo assegnati ai vari capicordata che ci legano e fanno i nodi a palla (non si sa mai, potrebbe esserci un crepaccio nascosto, è meglio essere prudenti).
Sempre alla luce delle frontali ci incamminiamo, c’è una marea di gente ed è bellissimo al buio vedere i puntini delle frontali che indicano le cordate che salgono, qualcuna davanti a noi, altre più giù sono appena partite dal Mantova.
C’è un lungo tratto in piano, intanto la luminosità aumenta e pian piano il buio della notte cede il passo al bianco del ghiacciaio, il freddo è intenso e c’è un vento maligno che penetra sotto la giacca a vento e i vari strati di vestiario che abbiamo addosso (meno male che mi ero portato un paio di guanti di riserva, con quelli di ieri fradici non sarei potuto venire).
Si comincia a salire, intravediamo il labbro di un crepaccio, sembra piccolo, l’anno dopo sarà un salto di qualche metro, saliamo ancora. La neve cede sotto lo scarpone e affondo fino all’ inguine, non è un crepaccio è solo neve molle e i miei troppi chili. Il mio compagno mi aiuta a uscirne e riprendiamo a salire.
Sulla destra del colle, sulla Ludwigshohe, il vento solleva sbuffi di neve stupendi, siamo fortunati, è freddo ma sereno, la nevicata di ieri ha portato via tutto, avremo un panorama incredibile.
Tutta la salita è in ombra ma siamo finalmente al Colle della Scoperta, non so perché si chiami cosi’ però il sole che ci accoglie qui è già un buon motivo, è abbagliante, dobbiamo infilare gli occhiali scuri, a destra il vento continua a ricamare i suoi ghirigori con la neve sulla Ludwigshohe, a sinistra riconosco la meravigliosa ardita cresta del Lyskamm orientale. Di fronte un ampio anfiteatro digradante verso la valle di Zermatt in fondo al quale a destra la Margherita e a sinistra la Zumstein .
Ci fermiamo a tirare il fiato, abbiamo ormai superato quota quattromila (4153 per la precisione) e mangiucchiamo qualcosa per tenerci in forza. Devo togliere i guanti e mi si gelano le mani, non so quale sia la temperatura, prima all’ombra saranno stati meno 15, qui col sole va un po’ meglio ma è bene ripartire subito perché si gela.
Il traverso è lungo, all’ ombra, non sento più le mani, muovo per quanto possibile le dita, maledizione perché ieri mi si sono bagnati i guanti, questi di riserva sono troppo leggeri!, Il traverso è facile ma è bene non scivolare altrimenti ci si ritrova almeno 100 metri più giù sempre che non ci sia qualche crepaccio in mezzo. In lontananza si vede il Cervino. Le cordate sono molte e ogni tanto bisogna fermarsi perché il sentiero è stretto, meno male, abbiamo ricominciato a salire e comincio a sentire la fatica della quota.
Sbuchiamo sul colle Gnifetti (4454) che sono quasi le 10, i capicordata si consultano e si decide che alle 11 si inizia a scendere ovunque si sia arrivati (è prudenziale ma dobbiamo prendere l’ ultima funivia ai Salati alle quattro e mezza). Dobbiamo decidere se andare alla Margherita o alla Zumstein, non abbiamo abbastanza tempo per tutte e due. Voto per la Zumstein (4563): è al sole, è 4 metri piu’ alta della Margherita (4559), è meno “turistica”.
Decidiamo di lasciare gli zaini al colle e di salire leggeri ed è un bene perché questi ultimi cento metri in quota sono davvero duri, manca il fiato, c’è una crestina di neve bellissima e molto esposta, di qua se scivoli arrivi al Colle Gnifetti e .... prosegui, di là cadi direttamente nel lago Effimero oltre mille metri più sotto.
Il vento è terribile, incontriamo una cordata che sta tornando indietro perché una del gruppo è spaventata e non se la sente di proseguire. Uno di loro si stacca e si lega alla nostra corda.
Facendo sicura e aggrappandoci alle picche attraversiamo anche la cresta, a metà dobbiamo saltarla e passare dall’ altra parte, cosa che la prima volta si fa con un po’ d’ansia, e alla fine siamo fuori, ancora pochi metri di roccette e la Zumstein è nostra.
Che meraviglia! la Dufour, la Nordend, la Gnifetti, le cime “ minori” che sono comunque tutte 4000 di rispetto, il Bianco in distanza e tutte le altre, sono stanco, cotto ma felice.
Soffro un po’ di vertigine come sempre quando mi trovo su una punta stretta.
Siamo in tanti quassù (due cordate), bisogna stare attenti a non imbrogliare le corde; di fronte, sul tracciato che porta alla Margherita c’è una processione di gente.
Si decide di attrezzare una corda fissa per facilitare la discesa sulle roccette così uno alla volta scendiamo e arrivati all’ inizio della cresta ci assicuriamo, scarica qualche sasso e bisogna stare discosti dalla parete. La cresta in discesa fa più impressione ma ormai ci siamo, non si può aver fifa adesso e si scende.
Arriviamo agli zaini ci sediamo e .... diamo fondo alle nostre provviste, all’ acqua che è gelida e a una meravigliosa boccettina di pura grappa di mirtilli che emerge da una tasca.
Con calma ripercorriamo, e in discesa col sole è molto più agevole, i nostri passi.
Al Col del Lys ritroviamo tutti gli amici, una cordata non è riuscita ad arrivare perchè uno di loro non stava bene, pazienza sarà per la prossima volta.
Fa molto caldo, il sole brucia e c’è un forte riverbero, meno male che siamo tutti ben spalmati di crema.
La neve fa zoccolo sotto i ramponi e mi insegnano a dare il colpo di picca per toglierla.
Scendiamo ormai appaiati, la corda è comunque una misura di prudenza ma siamo quasi giù e in vista del rifugio ci togliamo anche i ramponi .
Arriviamo al rifugio poco dopo l’una, correndo un po’ avremmo potuto fare anche la Gnifetti, ma non importa poi molto; diamo fondo anche alle provviste lasciate in rifugio , ci godiamo un’altra ora abbondante di sole e poi via. Il ritorno sullo Stolemberg è lungo e noioso (sarà la stanchezza) ma alla fine siamo giù, un quarto d’ora di funivia, una birra e poi a casa.
domenica 28 febbraio 2010
giovedì 25 febbraio 2010
martedì 23 febbraio 2010
LE CIASPE : nascita di un amore
Ho ritrovato tra le mie cose questo articoletto scritto nel 2001 per ALPINISMO CANAVESANO la rivista del CAI di Ivrea, ve lo propongo senza modificare una virgola.
LE CIASPE : nascita di un amore
Da tanto tempo c’era la voglia di trovare qualcosa di nuovo da fare in montagna d’ inverno che non fosse la solita discesa in pista e fosse comunque abbordabile.
Pero’ non è facile decidersi, soprattutto se non hai la compagnia giusta; per fortuna un bel giorno entra in scena P. e mi dice che al CAI organizzano le gite con le racchette e di provare a andare, bara un po’ perché sostiene che non si fa tanto dislivello e che sono passeggiate tranquille ma lo guardo e penso “ se ce la fa lui ce la faccio anch’io” e cosi mi iscrivo…… poi mi informo e scopro che e da quando è nato che mangia pane e montagna e che per partire mi devo trovare al posto convenuto più o meno all’alba ma ormai sono in ballo e vado.
A questo punto alla domenica sveglia all’ alba e raduno al parcheggio dove tutti imbacuccati e intabarrati non ci si riconosce quasi salvo P. (distinguibile dal mezzo toscano che sbuca dalla sciarpa), e un’ amica che ha un difetto di respirazione per cui o parla o soffoca e quindi riesce a parlare anche con questo freddo.
Ci dividiamo tra le macchine carichiamo le ciaspe, i bastoncini e gli arva, verifichiamo che lo smemorato di turno non abbia lasciato a casa uno scarpone o i bastoncini e si parte.
Il capogita, che col potere che gli deriva dalla sua carica decide sempre all’ ultimo momento (in base alle condizioni di innevamento, al bollettino delle valanghe e alla dislocazione delle piole ) quale itinerario fare, ci informa che oggi andiamo a cima A. ( e chissa dov’è?).
Percorriamo una stradina infernale stretta e con neve, ci si ferma mettere le catene e finalmente si arriva in un paesino deserto con al massimo 4 abitanti e 10 galline surgelate. Fuori della macchina ci saranno almeno 56 gradi sotto zero! E’ la Siberia? Abbiamo sbagliato strada? No! Il CAPOGITA ci rassicura, siamo a P. il punto di partenza.
Ci mettiamo l’ attrezzatura addosso , controlliamo che gli Arva siano accesi, e si parte.
Costeggiamo tre case, una bella fontana che stranamente non è gelata (ma allora non è cosi’ freddo), ci infiliamo su per una scaletta di pietra e ci troviamo su un bel sentiero innevato in mezzo ai larici.
Appena usciti dal bosco siamo al sole, tutto questo bianco incontaminato dove non è ancora passato nessuno è uno spettacolo e attacca la salita. E’ ripido, ci tocca andare a zig zag e ci diamo il turno a battere la neve perchè ci sono dieci centimetri di neve fresca e a fare il primo non si resiste più di tanto: ti accorgi subito che si suda come d’ estate e lo zaino pesa anche di più.
E’ una favola, sulla neve ci sono solo le nostre peste e quelle di qualche lepre.
Il gruppo comincia a sfilacciarsi per motivi fotografici, mangerecci, innominabili e beh , siamo onesti, perché mica tutti hanno lo stesso allenamento.
A mezza costa all’ altezza di un paio di baite ci fermiamo a ricompattare il gruppo e poi attacca lo strappo finale, nel frattempo sono venute le 11, la neve ha mollato, è ripido, e col peso che mi ritrovo sprofondo che è un piacere, ma la voglia è tanta, bisogna arrivare.
Mi fanno una rabbia le ragazze così leggere che sembra quasi non lascino traccia sulla neve.
Mi conforta il fatto che non sono l’ unico ad essere stanco: E. , che è una esperta e ha fatto tutte le montagne dei dintorni sta facendo testamento perché ha deciso che morirà per strada, M. abbandona e ci aspetta al rifugio e io pur soffrendo continuo a mettere un piede davanti all’ altro e a andar su (nel frattempo ho anche messo le prolunghe alle racchette cosi non sprofondo più).
Finalmente arriviamo a cima A., sono tra gli ultimi ma felice! Quattro foto a questo panorama meraviglioso , i colori , tutto questo bianco, il silenzio , questo paesaggio incontaminato e riservato ai pochi valgono ben di più della fatica che abbiamo fatto, poi giu’ di corsa nella neve alta e morbida che sembra una panna montata , questo si che è divertimento, fino al rifugio
E qui cominciano le sorprese : dallo zaino di R. esce una torta, da quello di C. un’ altra, gli uomini tirano fuori delle strane fiaschette (ma l’ alcol in montagna non faceva male?) e si mangia in allegria.
Affrontiamo la discesa per un costone pieno di neve che porta dritto alle baite, meno male che il capo gita è un vero duro che sa il fatto suo perché io proprio non mi fiderei, la neve è alta, ci sono parecchi buchi e si sprofonda spesso fino alla coscia ma tra una risata e una caduta in mezz’ora siamo giù .
Si va alle macchine, poi in piola a mangiare le famose acciughe al verde e a metterci d’accordo per la prossima gita .
LE CIASPE : nascita di un amore
Da tanto tempo c’era la voglia di trovare qualcosa di nuovo da fare in montagna d’ inverno che non fosse la solita discesa in pista e fosse comunque abbordabile.
Pero’ non è facile decidersi, soprattutto se non hai la compagnia giusta; per fortuna un bel giorno entra in scena P. e mi dice che al CAI organizzano le gite con le racchette e di provare a andare, bara un po’ perché sostiene che non si fa tanto dislivello e che sono passeggiate tranquille ma lo guardo e penso “ se ce la fa lui ce la faccio anch’io” e cosi mi iscrivo…… poi mi informo e scopro che e da quando è nato che mangia pane e montagna e che per partire mi devo trovare al posto convenuto più o meno all’alba ma ormai sono in ballo e vado.
A questo punto alla domenica sveglia all’ alba e raduno al parcheggio dove tutti imbacuccati e intabarrati non ci si riconosce quasi salvo P. (distinguibile dal mezzo toscano che sbuca dalla sciarpa), e un’ amica che ha un difetto di respirazione per cui o parla o soffoca e quindi riesce a parlare anche con questo freddo.
Ci dividiamo tra le macchine carichiamo le ciaspe, i bastoncini e gli arva, verifichiamo che lo smemorato di turno non abbia lasciato a casa uno scarpone o i bastoncini e si parte.
Il capogita, che col potere che gli deriva dalla sua carica decide sempre all’ ultimo momento (in base alle condizioni di innevamento, al bollettino delle valanghe e alla dislocazione delle piole ) quale itinerario fare, ci informa che oggi andiamo a cima A. ( e chissa dov’è?).
Percorriamo una stradina infernale stretta e con neve, ci si ferma mettere le catene e finalmente si arriva in un paesino deserto con al massimo 4 abitanti e 10 galline surgelate. Fuori della macchina ci saranno almeno 56 gradi sotto zero! E’ la Siberia? Abbiamo sbagliato strada? No! Il CAPOGITA ci rassicura, siamo a P. il punto di partenza.
Ci mettiamo l’ attrezzatura addosso , controlliamo che gli Arva siano accesi, e si parte.
Costeggiamo tre case, una bella fontana che stranamente non è gelata (ma allora non è cosi’ freddo), ci infiliamo su per una scaletta di pietra e ci troviamo su un bel sentiero innevato in mezzo ai larici.
Appena usciti dal bosco siamo al sole, tutto questo bianco incontaminato dove non è ancora passato nessuno è uno spettacolo e attacca la salita. E’ ripido, ci tocca andare a zig zag e ci diamo il turno a battere la neve perchè ci sono dieci centimetri di neve fresca e a fare il primo non si resiste più di tanto: ti accorgi subito che si suda come d’ estate e lo zaino pesa anche di più.
E’ una favola, sulla neve ci sono solo le nostre peste e quelle di qualche lepre.
Il gruppo comincia a sfilacciarsi per motivi fotografici, mangerecci, innominabili e beh , siamo onesti, perché mica tutti hanno lo stesso allenamento.
A mezza costa all’ altezza di un paio di baite ci fermiamo a ricompattare il gruppo e poi attacca lo strappo finale, nel frattempo sono venute le 11, la neve ha mollato, è ripido, e col peso che mi ritrovo sprofondo che è un piacere, ma la voglia è tanta, bisogna arrivare.
Mi fanno una rabbia le ragazze così leggere che sembra quasi non lascino traccia sulla neve.
Mi conforta il fatto che non sono l’ unico ad essere stanco: E. , che è una esperta e ha fatto tutte le montagne dei dintorni sta facendo testamento perché ha deciso che morirà per strada, M. abbandona e ci aspetta al rifugio e io pur soffrendo continuo a mettere un piede davanti all’ altro e a andar su (nel frattempo ho anche messo le prolunghe alle racchette cosi non sprofondo più).
Finalmente arriviamo a cima A., sono tra gli ultimi ma felice! Quattro foto a questo panorama meraviglioso , i colori , tutto questo bianco, il silenzio , questo paesaggio incontaminato e riservato ai pochi valgono ben di più della fatica che abbiamo fatto, poi giu’ di corsa nella neve alta e morbida che sembra una panna montata , questo si che è divertimento, fino al rifugio
E qui cominciano le sorprese : dallo zaino di R. esce una torta, da quello di C. un’ altra, gli uomini tirano fuori delle strane fiaschette (ma l’ alcol in montagna non faceva male?) e si mangia in allegria.
Affrontiamo la discesa per un costone pieno di neve che porta dritto alle baite, meno male che il capo gita è un vero duro che sa il fatto suo perché io proprio non mi fiderei, la neve è alta, ci sono parecchi buchi e si sprofonda spesso fino alla coscia ma tra una risata e una caduta in mezz’ora siamo giù .
Si va alle macchine, poi in piola a mangiare le famose acciughe al verde e a metterci d’accordo per la prossima gita .
lunedì 21 dicembre 2009
MAAM UNI3
Questo è il risultato di un lavoro collegiale fatto nel 2008 per UNI3 Ivrea e legato al MAAM (Museo architettura Moderna) di Ivrea
http://www.youtube.com/watch?v=NHc2pKMbng0
http://www.youtube.com/watch?v=DHV9xFBkzk8
http://www.youtube.com/watch?v=NHc2pKMbng0
http://www.youtube.com/watch?v=DHV9xFBkzk8
lunedì 16 novembre 2009
giovedì 29 ottobre 2009
Nortel in lotta
I lavoratori di Nortel da mesi sono in lotta per salvare il loro posto di lavoro.
A loro tutta la mia solidarietà.
Per saperne di più http://nortelitaliainlotta.blogspot.com/ , lascia anche tu un messaggio di solidarietà sul loro sito.
A loro tutta la mia solidarietà.
Per saperne di più http://nortelitaliainlotta.blogspot.com/ , lascia anche tu un messaggio di solidarietà sul loro sito.
martedì 27 ottobre 2009
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